Terremoto in Nuova Zelanda

Il Giornale Onlinedi Marisa Grande

Marisa Grande ci propone un’analisi del terremoto avvenuto lo scorso febbario 2011 in Nuova Zelanda alla luce della teoria delle celle geomorfologiche…

Geomorfologia in Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda si compone di due isole collocate sull’incontro di due piattaforme tettoniche, la indo-australiana e la pacifica e, per questo, è scossa da frequenti terremoti, anche di rilevante entità. Il 4 settembre 2010 fu colpita da un sisma di M. 7.1, che provocò ingenti danni materiali. A seguito del recente terremoto del 15 febbraio 2011, oltre ai danni materiali si registrano un centinaio di vittime e altre centinaia di dispersi sotto le estese macerie della città di Christchurch.

Se pur di intensità limitata a M. 6.3, il movimento tellurico si è rivelato catastrofico a causa del suo ipocentro, rilevato nella penisola vulcanica di Back a soli 4 chilometri di profondità. La penisola di Back è di origine vulcanica. James Cook, navigatore e cartografo britannico del sec. IXX, la indicò come un’isola, mentre oggi risulta essere collegata alla terraferma, probabilmente a causa dell’espansione del suo cono per accumulo di materiale lavico in tempi successivi alla sua scoperta. ‹‹Questa volta si è attivata una faglia non nota ai geofisici in una località ritenuta a bassissimo rischio sismico›› spiega Enzo Boschi, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), il centro italiano che fornisce giornalmente i dati e le mappe relative ai terremoti che si verificano nel mondo.

Teoria delle celle Geomorfologiche

La teoria offre la possibilità di conoscere la dinamica d’interazione tra i movimenti sismici nel mondo per mezzo di una precisa geometria modulare e frattale. Il sistema delle “Celle geomorfologiche” è riscontrabile tanto sull’ampia scala mondiale, quanto sulla minima scala locale. Si basa sull’individuazione di aree circolari che configurano la litosfera, irradiando dai loro centri l’energia emessa da campi elettromagnetici provenienti dall’interno del pianeta. Le più ampie celle, che si espandono in forma radiale e concentrica, includono intere zolle tettoniche continentali, come la cella geomorfologica dell’Oceano Pacifico, che comprende la Placca pacifica ed una parte della Placca indo-australiana. Il modulo circolare più piccolo, invece, può corrispondere anche a un semplice cono vulcanico, come quello dell’isola di Back, citata da J. Cook. Il sistema modulare delle celle geomorfologiche da semplice diviene complesso nel momento in cui celle grandi e piccole interagiscono tra loro secondo un rapporto proporzionale di tipo frattale.

L’interazione energetica delle celle, che espandendosi e intersecandosi modellano la litosfera, provoca lo scorrimento tra bordi tettonici adiacenti o lo scontro tra le zolle che si contrastano o si sovrappongono. Tale dinamica geologica è accompagnata da attriti lungo faglie trascorrenti, da vulcanismo lungo le aree di subduzione e abduzione delle placche e da un’intensa attività sismica anche con apertura di nuove faglie, lungo gli estesi fronti di scontro. Le aree esposte a maggiore rischio di terremoti corrispondono a quelle collocate sulle circonferenze di massima espansione di ogni cella e i terremoti di più elevata magnitudo si possono registrare dove s’intersecano circonferenze appartenenti a più celle interagenti tra loro.

Sottesa all’intero sistema complesso delle celle geomorfologiche modulari e frattali vi è una struttura portante composta da una griglia elettromagnetica. Le sue maglie sono a forma di losanghe geodetiche determinate dall’incrocio di ley energetiche, linee elettromagnetiche evolventi che descrivono sul pianeta il moto sincronico compiuto dalla Terra rispetto al Sole.
Poiché la teoria della suddivisione della litosfera della Terra in celle geomorfologiche risulta valida alle diverse scale geografiche, si può dedurre che:
− terremoti di maggiore intensità si verificano sulla circonferenza di massima espansione di ogni cella, minima o massima;
− la complessità dell’attività sismica deriva dal rapporto di scala, basato sul sistema frattale che regola le interconnessioni tra le celle modulari circolari, grandi e piccole;
− la precisa geometria modulare delle celle circolari regola la sequenza dei sismi secondo “l’armonica sei”, dettata dalla rete di esagoni regolari inscritti e circoscritti rispetto alle circonferenze concentriche del sistema in espansione.

La macro-cella dell’Oceano Pacifico

Sulla cartina EMSC-Terremoti dell’INGV, che indica i sismi verificatisi dal giorno 11 al 24-02-2011, ho descritto la macro-cella geomorfologica dell’Oceano Pacifico e le celle di uguale dimensione che con essa interagiscono, basate tutte su una griglia elettromagnetica ad “armonica sei”. La circonferenza di massima espansione della cella comprende la maggior parte della Placca pacifica e solo nel settore di sud-ovest include una parte della placca indo-australiana. Si estende a nord fino ai bordi continentali asiatico e nord-americano, ad est si fino ai bordi occidentali delle Placche di Cocos e di Nazca e a sud fino alla Placca antartica. Coincide in gran parte con la “Cintura di fuoco”, il confine dove s’incontrano le diverse placche tettoniche intercontinentali. L’espansione delle celle geomorfologiche interagenti lungo tale bordo crostale corruga la crosta terrestre, crea catene vulcaniche e montuose ad andamento circolare lungo le linee di costa delle terre emerse, dove si determinano i punti deboli della litosfera, luoghi dove la crosta terrestre, crollando, inabissandosi e riemergendo in forma di magma, si rinnova.

La macro-cella geomorfologica del Pacifico risente maggiormente lungo tali bordi attivi della compressione esercitata dai continenti che la circondano, dove si verificano fenomeni distruttivi. Nell’emisfero Nord subisce la compressione dei continenti euroasiatico e americano, a causa della tendenza all’ampliamento dell’Oceano Atlantico. Nell’emisfero Sud l’azione della Placca antartica contrasta la naturale espansione della macro-cella pacifica, mentre la Placca australiana occupa il suo settore di ovest, incuneandosi fino a raggiungere il suo centro. Questo corrisponde all’Arcipelago Tonga, dove si concentrano ben 36 vulcani sottomarini. I bordi delle due placche procedono verso il centro Tonga in direzione sud-est attraverso la Nuova Zelanda e in direzione est-nord/ovest verso la Placca euroasiatica. Contrastandosi tra loro provocano rilevanti fenomeni sismici e vulcanici.

In occasione del terremoto di magnitudo 7.7, seguito da un’onda anomala di oltre 3 metri, che il 25 ottobre 2010 colpì le Isole Mentawai, ad ovest di Sumatra, devastando una decina di villaggi e provocando 313 vittime e 400 dispersi, descrissi così la dinamica delle spinte e contro-spinte interagenti nel Pacifico: “Una cella energetica molto potente, il cui centro è da ricercarsi verso l’Antartide, configura l’arco della costa meridionale australiana e nella sua estensione, interagendo con le altre, provoca terremoti in Nuova Zelanda, nelle Isole Figi, Vanuatu, Salomone, in Nuova Guinea e Papuasia e, risalendo in forma evolvente attraverso il centro della cella indonesiana, scarica la sua energia sulla Fossa di Giava, dove le potenti risonanze sismiche incidono sui bordi della faglia, i quali, franando nell’Oceano Indiano, provocano i tanto temuti tsunami”.

Proposte

La frequenza degli eventi catastrofici nel mondo rende sempre più urgente un intervento preventivo per non piangere sulle tombe di sempre più numerose vittime inconsapevoli. Il telerilevamento satellitare offre garanzie nel monitoraggio di modifiche anche le lievi della litosfera e, tramite radiazione infrarossa, può misurare i campi elettromagnetici associati all’attività vulcanica e sismica. Il mio gruppo, che opera all’interno del Movimento culturale “Synergetic-art”, essendo orientato alla prevenzione dei rischi ambientali prodotti da eventi catastrofici di varia natura, propone di poter orientare il rilevamento geo-elettromagnetico satellitare anche sui centri delle macro-celle geomorfologiche che compongono la litosfera secondo la precisa geometria descritta.

L’attività più capillare potrebbe essere attuata sulla terra, tramite rilevatori di campi elettromagnetici da collocare sui centri delle celle geomorfologiche di varie dimensioni. Essi permetterebbero di monitorare l’intensità di emissione di elettromagnetismo da ogni centro e, quando questo dovesse risultare elevato, modularne la potenza rendendone coerenti le onde di flusso. Con tale sistema si avrebbe il duplice vantaggio di ridurre notevolmente l’intensità della forza sismica e di intensificare il campo magnetico terrestre, coadiuvando il nucleo nel vincere l’azione frenante dell’asse magnetico inclinato. L’accentuato attrito prodotto al confine del nucleo con la base del mantello intensifica, infatti, la produzione di energie, elettromagnetica e termica, che irradiate all’esterno, incrementano le onde sismiche e attivano le eruzioni vulcaniche.

Scritto da Marisa Grande
Artista leader del Movimento culturale “Synergetic-art”, avviato agli inizi degli anni Novanta per far interagire tra loro molteplici settori culturali, ai fini di pervenire ad una conoscenza globale della realtà. Socia dal 2001 della Società Italiana di Archeoastronomia presso l’Osservatorio di Brera di Milano, scrive su riviste di settore, di arte, cosmologia e simbologia.

Fonte: http://www.altrogiornale.org/news.php?extend.6769
Terremoto in Nuova Zelandaultima modifica: 2011-03-07T11:05:00+00:00da micscal
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